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I Pappaluni del Rifugio Il Biancospino in Aspromonte

I Pappaluni del Rifugio Il Biancospino in Aspromonte

di Daniela Frisina
La salita per arrivare a Carmelia, porta del Parco d’Aspromonte  è  faticosa, ti toglie quasi il fiato, vorresti tornare indietro, ma appena arrivi al Belvedere ti si illuminano gli occhi difronte a questo spazio interminabile, la vista scende a valle e ti accompagna fino al mare, alle isole.
E sei in Aspromonte: temi di arrivare all’inferno e ti ritrovi in paradiso.

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Questo alone di mistero che ci circonda, che sfida l’eco delle nostre valli, ancora c’è.  Il rumore del vento tra i pini maestosi ti accoglie, ti fa strada lo scorrere dell’acqua delle nostre fiumare. I viali di alberi secolari ti accompagnano, quasi ad indicarti la strada. Ti senti quasi avvolto da questo verde, il sentiero dapprima stretto finalmente si apre ed arrivi al Biancospino.

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In questo luogo la montagna apre le sue porte agli amici.  Questo rifugio è nato dall’amore per la montagna di Antonio Barca (guida ufficiale del Parco d’Aspromonte) che con i suoi colleghi dell’Associazione Misafumera (dal nome della cima  che permette di vedere i due mari Ionio e Tirreno) porta i turisti a visitare, all’inizio solo l’Aspromonte, piano piano in collaborazione con le altre guide dei Parchi a fare trekking anche in Sicilia, Campania, Puglia, Basilicata un po’ in tutto il sud d’Italia ed a fare educazione ambientale.

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 In un caldo pomeriggio d’estate sono arrivata al Rifugio in cerca di fresco e tranquillità e sono stata accolta da Antonio e Thérèse ai quali ho potuto rivolgere alcune domande.

Cosa vi ha spinti a costruire un rifugio in Aspromonte per accogliere i turisti?
Portando in giro i turisti con Misafumera, ci siamo accorti che mancava proprio una struttura ricettiva per gli appassionati che volessero fare trekking (di alberghi ce ne sono molti). Assieme a mia moglie Thérèse abbiamo deciso 15 anni fa di costruire un rifugio di 20 posti letto (in particolare accogliamo francesi, tedeschi, gruppi del nord d’Italia,). All’inizio, i nostri amici erano molto titubanti perché portare turisti in Aspromonte era una cosa un po’ impensabile, ma noi ci siamo dedicati a questa avventura, devo dire gratificante. Se tu parli e proponi l’Aspromonte a molti l’immagine principale non è molto positiva è poco serena, ma il visitatore che viene da noi si sente accolto, coccolato , perde quasi il fiato difronte alla natura ancora selvaggia ma allo stesso tempo materna.

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Cosa offre Il Biancospino agli ospiti?
Per noi sono fondamentali le radici dell’accoglienza , della tradizione, del rapporto umano con le persone. Infatti il rifugio è nato anche da questa idea; da noi anche la cucina è aperta, senza porte, si vede quando Thérèse cucina, chi vuole può entrare a cucinare con lei. Qua ci si sente  come in una famiglia.

Da chi sei affiancato in questa attività?
Mia moglie è il perno di questo rifugio, senza di lei tutto questo non sarebbe stato possibile, io mi occupo dell’escursionismo, dell’orto (noi facciamo esclusivamente agricoltura biologica), degli animali (alleviamo, maiali, galline, conigli) , ma lei ama profondamente questo posto, prepara cibi deliziosi (il pane, le focacce, i biscotti, marmellate, conserve, fa tutto lei), cura con attenzione tutti gli ambienti. Poi c’è nostro figlio Salvatore, con lui gli ospiti possono fare anche trekking a cavallo. E’ importante in questo contesto avere un orto dove produciamo quello che poi offriamo ai nostri ospiti. D’inverno qualche volta organizziamo escursioni sulla neve, ma il clima è rigido e quasi tutti i giorni salgo solo io con le racchette da neve per accudire gli animali che rimangono qui.

Parlaci dei Pappaluni dell’Aspromonte che voi producete nei vostri orti…
Questi gustosi fagioli potrebbero sembrare simili al bianco di Spagna ma sono più piccoli e più teneri. Crescono solo in questa zona dell’Aspromonte esposta a nord dai 700 fino ai 1300 metri di altezza. Non è facile coltivare a questa altezza: la stagione è breve, a maggio abbiamo ancora temperature rigide, a volte nevica. Ma questo microclima è l’unico che permette a questa rigogliosa pianta di crescere e portare molto frutto. Noi raccogliamo solo quello che la natura ci da. C‘è per noi e per gli uccelli.

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Come avviene la produzione?
Come ho detto la stagione è breve: si semina agli inizi di giugno e col raccolto finiamo ad ottobre. La caratteristica della pianta che produce i “pappaluni” è che è molto vigorosa e rampicante: raggiunge anche i quattro metri di altezza. È difficile da gestire e bisogna mettere la rete e dei pali esclusivamente di castagno che garantiscono alla pianta un sostegno perché quando dà frutto diventa molto pesante. L’orto deve essere irrigato ogni mattina (noi pratichiamo l’irrigazione a goccia) e ha bisogno di sostanze nutrienti: noi utilizziamo il letame dei cavalli.

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Questa pianta durante la fioritura offre uno spettacolo straordinario, quale?
Quando fiorisce la pianta attira centinaia di farfalle che volteggiano negli orti.

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Quale semente utilizzate per produrre i pappaluni?
Cerchiamo di mantenere sempre la stessa semente, infatti alla fine dell’estate al momento del raccolto teniamo da parte i fagioli più belli per piantarli l’anno seguente. Alcuni amici nostri hanno provato a portare la semente a valle o dalla parte ionica; la pianta cresce, fiorisce ma poi non dà frutto, perché molto probabilmente ha bisogno di queste temperature e di questo microclima.

Come si utilizzano in cucina questi fagioli?
Li usiamo sia verdi in estate con la pasta, in insalata, per le zuppe, con la trippa, ma principalmente questo tipo di fagioli si fa seccare e si consuma in inverno. Il posto dei Pappaluninella tradizione gastronomica locale è di primaria importanza. Insieme alle patate, a pezzetti di cotenna, con un poco di peperoncino fresco e un cucchiaio di olio extravergine d’oliva, è l’ingrediente fondamentale della “pasta e fagioli” tipica aspromontana. Difficilmente troverete questi fagioli nei mercati, si coltiva solo negli orti del nostro Aspromonte e non è commercializzato.

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La nostra chiacchierata è quasi finita, Antonio e Thérèse, cosa vi augurate per il futuro del Biancospino?
Vorremmo semplicemente che il Biancospino continuasse ad essere per tutti un posto che  accoglie, che attende gli ospiti dopo le passeggiate nei nostri paesaggi fiabeschi, col profumo di zuppa di fagioli pappaluni e di pane appena sfornato.

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1 Comment

  1. Antonella
    Antonella08-23-2015

    Bellissimo articolo su questa terra a me sconosciuta. Gustosissimo il piatto finale! La dedizione e l’amore per il territorio, hanno come risultato queste eccellenze. Un patrimonio da difendere e divulgare affinchè non vada perso. Perchè i nostri figli possano avere coscienza delle proprie origini e radici.

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