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Le fave tra storia e leggenda

Le fave tra storia e leggenda

“Per fare il frutto ci vuole un fiore…”. Quante volte da piccoli abbiamo cantato questa canzone che, nella sua semplicità, racconta le fasi vegetative di una pianta? Per parlare delle fave partiamo proprio dal fiore e dalle storie o leggende legate a questo legume.

Le fave nella leggenda

Vi è mai capitato di ammirare da vicino il fiore delle fave? Esso ha in sé una particolarità che lo rende unico: delle striature nere su petali bianchi che, secondo una leggenda, insieme allo stelo privo di nodi, sarebbero un mezzo di comunicazione con l’Ade, il mondo dei morti.

Fiori di fave


Vediamo dunque alcune leggende e credenze popolari legate a questo legume:

  • Nell’Antica Grecia le fave venivano offerte a Bacco e Mercurio per le anime dei morti; secondo Pitagora e i suoi seguaci, i semi delle fave trasmigravano le anime dei morti e il mangiar fave intorpidiva la mente, provocava visioni e sogni inquieti.
  • Presso i Romani invece, anziché essere oggetto di attribuzioni simboliche negative, le fave, in determinate occasioni, erano segno di buon auspicio, come durante le celebrazioni delle calende di luglio in cui venivano offerte agli Dei.
  • Si offrivano fave anche alle divinità dei passaggi come l’enigmatica Tacita Muta, che nella Roma antica rappresentava il ciclo annuale della semina e del raccolto, l’alternanza tra la vita e la morte. Le fave si consumavano dopo i riti funebri: da qui le fave dei morti, biscotti a forma di fava che si preparano il 2 novembre in occasione della commemorazione dei defunti.
  • In Francia, si nasconde una fava nel dolce Le Galette des Rois come segno di buona fortuna; nei paesi germanofoni si fa lo stesso con il Dreikönigskuchen, nei paesi ispanofoni con il Roscón de Reyes, solo per citarne alcuni.
  • Nelle regioni del centro Italia, è considerato segno di fortuna trovare sette semi (sette fratelli) nel baccello.

Questi legumi, nel tempo, hanno dunque perduto la propria aura negativa e sono divenute simbolo di buon auspicio anche nelle culture europee.

Le fave nell’antichità

L’esistenza di queste leggende e credenze ci indica che la coltivazione delle fave risale ai primi millenni avanti Cristo e che dunque molti popoli conoscevano le fave come coltura: i sumeri, gli egizi, gli ebrei e più tardi i greci.
Per quanto riguarda la nostra penisola, datare con precisione l’inizio della coltivazione di questa leguminosa non è semplice. Le prime notizie risalgono ai Romani del II° secolo: nel trattato De Agricoltura di Marco Porcio Catone la fava (faba) è citata due volte.

Dal medioevo a oggi

In seguito, tra il III° e X° secolo il susseguirsi di invasioni, disordini ed epidemie determinò uno sconvolgimento delle attività dell’uomo in tutta Europa. L’agricoltura, che era la principale risorsa, subì in maniera molto pesante il verificarsi di questi eventi. Si sviluppò così un’agricoltura di autosufficienza attraverso la quale i contadini tentavano di fronteggiare gli oneri contrattuali e i vincoli, come le decime, che obbligavano a concedere parte della produzione ai proprietari dei fondi.
In questa situazione la coltivazione delle fave assunse un ruolo di particolare importanza come elemento di prima necessità per l’alimentazione umana. Il pane, ad esempio, era spesso realizzato ricorrendo all’impiego di miscele composte da farine di cereali e fave.
Dagli studi di Montanari emerge come, durante il Medioevo, i legumi risultino promossi al rango dei cereali minuti e la fava abbia un’importanza maggiore rispetto agli altri legumi. Non soltanto per il valore alimentare dei semi, ma anche per gli effetti benefici della pianta sulla fertilità del terreno.
Le fave sono sempre state l’umile ma indispensabile carburante proteico della storia degli ultimi. Oggi, esse sono diventate il cibo della convivialità e della rinascita dell’orto in primavera, l’ingrediente principe delle prime scampagnate con gli amici.

Botanica: un cenno

Le fave, appartenenti alla famiglia delle leguminose e classificate con il nome Vicia Faba, sono una specie erbacea a ciclo annuale con semina autunnale e raccolta primaverile.
A seconda della grandezza del seme vengono distinte quattro varietà: quella che viene consumata dall’uomo e la variante Major, che presenta baccelli lunghi 15-25 centimetri e che contengono circa 5-10 semi.
Nella regione Marche, gli agricoltori custodi conservano un ecotipo denominato Fava di Fratte Rosa derivante dalla provincia di Pesaro e Urbino, dove la varietà è stata reperita.

Crostini con patè di fave

In cucina

Una delle tradizioni gastronomiche che distingue la Fratte Rosa è la preparazione di una particolare pasta alimentare denominata Tacconi (perché simile ai ritagli dei tacchi delle scarpe), ottenuta da una miscela di farina di grano e farina di fave Fratte Rosa.
Ricetta tipica della Liguria è invece il pesto di fave, in particolare nella zona di Levante. Conosciuto anche con il nome di Pestun de fave o Marò, la sua preparazione ha origini antiche, risalenti alle famiglie contadine che preparavano questo pestato per insaporire il pane secco.
Dal punto di vista nutrizionale le fave contengono acqua, fibre, proteine; quasi irrilevante la presenza di grassi.
L’abbinamento per antonomasia è quello col pecorino e coi salumi; esse vengono consumate sia crude che cotte. Se consumate fresche sono fonte di vitamine, soprattutto la C e vitamine del gruppo B, A ed E. Sono inoltre fonte di minerali come ferro, potassio, fosforo calcio, sodio, magnesio, rame e selenio.
L’unica controindicazione di questo legume è rappresentata dal favismo, un grave disturbo dovuto a un difetto congenito dei globuli rossi che comporta l’assoluta necessità di evitarne l’assunzione.

Leggi l’articolo sul macco di fave

Leggi l’articolo su fave e cicoria


Articolo e foto di Ilaria Cappellacci

Fonti
Massimo Montanari, Alimentazione e cultura nel medioevo
Massimo Montanari, Campagne medievali
Massimo Montanari, Cereali e legumi nell’alto medioevo
Massimo Montanari, Cucina povera, cucina ricca
Lapo Baldini, Utilizzo e coltivazione della fava in Italia dall’epoca romana al tardo medioevo
Taccuini Gastrosofici
La biodiversità agraria nelle Marche

Ilaria Cappellacci
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About the Author

Ilaria CappellacciMi chiamo Ilaria, sono abruzzese ma adottata amorevolmente dalle Marche. La cucina mi ha sempre affascinata. Da piccola curiosavo e osservavo ogni piccolo gesto che mia nonna, cuoca, e mia mamma compivano nel realizzare ogni piatto, di cui ancora oggi riesco a ricordare il profumo.

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