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Uvadabere: cenni di vino nella letteratura greca

Uvadabere: cenni di vino nella letteratura greca

Articolo di Elvia Gregorace.

Vi siete mai chiesti da dove derivi la parola vino? La teoria più accreditata è che provenga dal sanscrito la cui radice ven significherebbe amare. Chi non si è mai innamorato dinnanzi a un calice del nettare di Bacco? Ma soprattutto chi non ha mai attribuito poteri straordinari a questo prezioso liquido che ha occupato intere pagine della letteratura fin dall’antichità?

Tra i personaggi vittime dei poteri incondizionati dell’effetto dell’alcol primeggiano le Baccanti sfrenate e impetuose, anche protagoniste dell’omonima tragedia di Euripide del 403 a. C. che raggiunse il podio grazie al figlio del tragediografo, si pensa, durante le Grandi Dionisie. Le donne, pervase da una furia impetuosa, divorano Penteo scambiandolo per un leone per volere di Dioniso, dio vendicativo e giustiziere che fa scempio del cugino perché non lo ha voluto riconoscere come figlio di Zeus assieme alle zie, sorelle di Semele, la madre.

Il vino, componente fondamentale di una cultura greca arcaica maschile, rafforza i vincoli attraverso il simposio. Alceo, poeta greco, brinda per la morte del tiranno: Ora bisogna ubriacarsi e che ciascuno beva anche per forza: perché Mirsilo è morto. Anacreonte invita un giovane coppiere a mescere vino e acqua, desideroso di godere su un sottofondo musicale. La sacra bevanda è anche rimedio per i dolori, pensiero condiviso dal morigerato Platone che la definisce latte per i malumori della vecchiaia. Archiloco di Paro scrive: Di Dioniso signore la bella melodia, il ditirambo, io so cominciare, fulminato l’animo dal vino. Si sa come la Musa ispiri un canto, il vino susciti il ditirambo. I popoli del Mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare l’olivo e la vite sostiene lo storico Tucidide, e chi meglio di Omero ha espresso questo concetto?

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Nel IX libro dell’Odissea Ulisse racconta ai Feaci l’incontro con Polifemo. Il termine Κύκλωψ (Kyklops) significa “dal viso o dall’occhio rotondo”. I ciclopi sono rozzi, incivili, violenti, dediti alla pastorizia, incapaci di lavorare la terra e di navigare, non osservano le leggi e tanto più la religione. Quando Polifemo e Odisseo si incontrano, emerge una diversità fisica già evidente nella statura dei due, ma ciò che li differenzia sostanzialmente è la forza bruta che si oppone all’astuzia che risulterà vincitrice. La creatura orripilante divora i compagni di Odisseo e il protagonista riesce a scampare il pericolo e a salvare i sopravvissuti attraverso uno stratagemma. L’uomo dal multiforme ingegno regala al Ciclope un vino scuro e dolcissimo. Il malvagio, sebbene privo di sentimento di gratitudine, offre al re di Itaca la possibilità di essere divorato per ultimo. Stordito dall’alcol il gigante giace tra le braccia di Morfeo. Nel frattempo Odisseo assieme ai compagni pianta nell’unico occhio del mostro un grosso ramo di ulivo e lo acceca.

Vite e ulivo sono simbolo di civiltà. Le popolazioni sedentarie curavano queste piante, e chi non conosceva il vino era considerato un barbaro. Il significato dell’offerta del delizioso nettare rappresenta la vittoria della civiltà sulla barbarie.
L’astuzia è un vizio, ma quando è onesta non è altro se non saggezza, cioè una virtù. (Giacomo Casanova)

Credits immagini:

testata: http://www.discorsivo.it/rubrica/2012/06/22/societa-2/dioniso-e-alle-porte/

mosaico: http://www.naturadellecose.com/tag/polifemo/

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