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Vito Paternoster e il suo Aglianico

Vito Paternoster e il suo Aglianico

Articolo di Elvia Gregorace del blog Il Tritagonista.

Unica regione che mantiene il doppio nome è la Basilicata o Lucania. Il primo forse da βασιλικός (funzionario del re); il secondo la lucus (bosco) o λύκος (lupo) o ancora Lyki, antica popolazione dell’Anatolia. Già le origine della denominazione ci immergono in una regione affascinate, spesso impervia, verde che forse più di altre ha mantenuto le sue tradizioni. Zona piena di contraddizioni, subisce una delle temperature più altalenanti dello Stivale. Dai 40 gradi di alcune aree nel periodo estivo, si passa ai meno 15 gradi di inverno nel capoluogo. Regione che in antichità faceva parte dell’Enotria assieme alla Calabria e alla Campania.

Diversi i gioielli che è possibile versare nel bicchiere. Faraone dei vitigni è l’Aglianico, si crede di origine greca o prima ancora caucasica. Sembra aver trovato il suo habitat nella zona del Vulture. Il suolo vulcanico copioso di potassio offre risultati in alcuni casi eccellenti. Se si gironzola nella zona delle Langhe, i produttori piemontesi che non sono soliti scendere nel sud Italia, alla domanda di quale vitigno della penisola sono innamorati rispondono l’Aglianico e quello del Vulture possiede un’intensità e una naturale tendenza all’invecchiamento non comune. Il poeta latino Orazio, originario di Venosa, nei suoi componimenti parla del Falerno, si crede che proprio l’Aglianico ne fosse l’antenato, a quei tempi cupo e denso.

A parlare del suo nettare, oggi, è uno degli esponenti delle cantine lucane storiche: Vito Paternoster. Uomo dinamico, dalla favella sciolta e la battuta accattivante. Sa di avere tra le mani l’oro ed è uno dei pochi che è riuscito a fonderlo a regola d’arte.

Chi è Vito?

Il rappresentante della terza generazione di una famiglia che dal 1925, coltiva e produce Aglianico del Vulture, anche nella nuova dimensione Tommasi Family Estates. Oggi infatti, grazie anche a loro, mi reputo custode e ambasciatore dello storico marchio di casa, tanto caro ad appassionati e addetti ai lavori.

Cosa significa produrre vino in Basilicata?

Siamo in una piccola area a nord della regione, quella del Vulture che è anche la più storica e vocata. Nonostante ciò, visibilità e sinergia tra colleghi, si stenta un po’ a emergere. Siamo ancora in fase di affinamento, proprio come un buon Aglianico. In un recente passato, pensate, era più riconoscibile il nostro brand che il territorio, tant’è che ci collocavano in Calabria, Molise, Puglia. Adesso le cose vanno senz’altro meglio ma dobbiamo migliorare, muoverci e comunicare tutti insieme la nostra eccellenza, i nostri Vulture, come amo chiamarli da sempre.

La regione aiuta?

Gli aiuti regionali, oggi, si concretizzano attraverso politiche consortili e cito due organismi su tutti: il consorzio Qui Vulture, di cui siamo soci fondatori e l’Enoteca Regionale che comprende anche le nuove aree viticole regionali. Insieme si muovono in primis Ais Basilicata e Fis, appena approdata.

Perché ultimamente si parla spesso di vini vulcanici?

Forse perché nell’era della globalizzazione quest’ultimi riescono a esprimere più personalità e non si richiamano a tutto il resto.

Differenze tra Aglianico del Vulture, Taurasi e Taburno?

Il Vulture riesce a esprimere più finezza ed eleganza. Il Taurasi, forse, è più ostico e meno gentile, come dire, più di montagna. Il Taburno, al contrario, esprime più immediatezza e morbidezza. Tutto comunque dipende, in maniera determinante secondo me, dallo stile e filosofia di produzione di ogni singolo interprete. Tornando al mio Vulture penso che il mix straordinario tra suoli vulcanici, scarto termico notte/giorno, altitudine e solarità del sud, sia un bel dono del buon Dio. È un patrimonio che assicura struttura, base acida e alcolica che garantiscono, tra l’altro, un’invidiabile tenuta nel tempo. Le nostre verticali ne sono la prova.

Un augurio a se stesso?

Non a me stesso ma alle generazioni che seguono. Trasmettere sensibilità, passione e tutto il patrimonio che si ha da poter assicurare un atteggiamento responsabile verso l’ecosistema che cambia e che va interpretato, al fine di preservare ogni angolo del nostro meraviglioso territorio. Un augurio pertanto a chi arriva con questi principi e una minaccia, una maledizione, a quanti dovessero pensare il contrario!

Noi ci auguriamo che questa regione decolli ancor di più e che sia ormai ben lontana dalla descrizione triste e veritiera di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli.

Credits immagini: http://www.paternostervini.it

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