11/04/2026
I sapori antichi dell’Emilia Romagna: i dolci della tradizione
L’Emilia Romagna è una terra che racconta se stessa attraverso il cibo. ...
Pubblicazione: 19/03/2026
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Il Parrozzo è un dolce abruzzese a base di mandorle ricoperto da cioccolato fondente. Questo dolce non è solo una specialità gastronomica, ma anche un simbolo culturale della regione, grazie al legame con il poeta Gabriele D’Annunzio, che gli dedicò una celebre poesia.
La storia del Parrozzo unisce quindi tradizione culinaria e letteratura, diventando uno dei simboli più rappresentativi dell’Abruzzo.
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Il Parrozzo è preparato con un semplice impasto a base di uova, zucchero, mandorle, semolino, buccia di limone, olio e liquore. L’impasto viene versato in uno stampo a forma di cupola e cotto in forno. Una volta raffreddato, il dolce viene ricoperto con una glassa di cioccolato fondente, che gli conferisce il suo caratteristico colore scuro.
Il Parrozzo affonda le sue radici nella civiltà contadina. Il suo creatore, Luigi D’Amico, si ispira infatti al pane rustico dei contadini abruzzesi, fatto con il granturco, di forma semisferica e cotto nel forno a legna, in contrapposizione al pane “nobile”, preparato con farina bianca.
Mantenendo la stessa forma, D’Amico riprodusse il giallo del granturco utilizzando le uova e utilizzò la copertura di cioccolato per imitare il colore scuro delle bruciacchiature tipiche della cottura nel forno a legna.

La storia del Parrozzo è strettamente legata alla famiglia D’Amico, che già dalla metà del XIX secolo gestiva un’attività commerciale a Pescara. Il nonno si occupava di prodotti alimentari come vino, granaglie e pesci salati, ma anche di merci non alimentari come pece per calafatare le barche, reti da pesca e polvere da sparo.
Il padre continuò l’attività commerciale, concentrandosi però soprattutto sui prodotti alimentari, importandone anche di ricercati.
Luigi D’Amico, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, pur mantenendo l’attività commerciale, intraprese diverse iniziative imprenditoriali:creò i dolci Parrozzo e “Senza nome” e aprì un locale chiamato Ritrovo del Parrozzo, che in seguito fu distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
D’Amico intrattenne inoltre frequenti rapporti epistolari con il poeta Gabriele D’Annunzio, con il quale era anche lontanamente imparentato, avendo sposato la figlia di una cugina del poeta. In una delle lettere D’Amico gli offrì il suo dolce, chiedendo una sorta di approvazione simbolica e non – come spesso si crede – per ricevere il nome della specialità.
Nella lettera scriveva:
“Illustre Maestro,
questo Parrozzo – il pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza.
[…] Ora la piccola azienda si è ingrandita […] ed ecco un piccolo esempio della accresciuta fatica. Esso diventerà un premio se avrà il vostro prezioso consentimento.
Il vostro devotissimo,
Luigi D’Amico.”
La pasticceria di D’Amico si trovava a pochi passi dall’abitazione della madre di D’Annunzio a Pescara, e per questo nei loro scambi epistolari i due facevano spesso riferimento a ricordi e conoscenze comuni.
Il poeta era particolarmente sensibile al richiamo dei sapori della sua terra e D’Amico continuò per anni a inviargli Parrozzi in occasione delle principali festività. Spesso lo stesso D’Annunzio ne ordinava grandi quantità per regalarli agli amici.
In una significativa lettera del dicembre 1934, Gabriele D’Annunzio scrisse:
“Mio caro Luigi, sempre al mio cuore il tuo Parrozzo è come il più profondo sasso della Maiella spetrato e convertito in pane angelico…”
Fu proprio il poeta che assaggiò il dolce per primo e ne rimase talmente colpito da scrivere un madrigale ispirato ai canti popolari abruzzesi:
È tante bbone ‘stu parrozze nóve
Che pare na pazzíe de San Ciatté
Chìavesse messe a ‘su gran forne tè
La terre lòavurate da lu bbove,la terra grasse e luistre che se cóce,
chiù tonne de ‘na provole, a ‘su foche
gientile, e che duvente a poche a poche
chiù doce de qualunquea cosa ddóce.Benedette D’Amiche e San Ciutté!
O Ddie, quanne m’attacche a lu parròzze,
ogne matine, pe’ lu cannaròzze
passe la sise de l’Abbruzze me’.Gabbriele
In italiano:
“È tanto buono questo parrozzo nuovo / che sembra una pazzia di San Cetteo / che abbia messo in questo tuo gran forno/ la terra lavorata dal bue, // la terra grassa e lucente che si cuoce, / più tonda di una provola su questo fuoco / gentile, e che diventa a poco a poco / più dolce di qualunque cosa dolce. // Siano benedetti D’Amico e San Cetteo!/ O Dio, quando mi attacco al parrozzo /ogni mattina, per la gola, passa la mammella del mio Abruzzo.”
Attraverso immagini semplici e legate alla terra, il poeta descrive il Parrozzo come qualcosa di straordinariamente buono, paragonandolo quasi a un dono miracoloso.
Il tono della poesia è affettuoso e leggermente ironico: D’Annunzio esagera volutamente la bontà del dolce, arrivando a dire che sembra una “pazzia” di San Cetteo, il patrono di Pescara. In questo modo il poeta rende omaggio sia all’inventore del dolce, Luigi D’Amico, sia alla tradizione della sua terra.
Questa poesia contribuì anche alla diffusione del Parrozzo. Il fatto che un poeta famoso come D’Annunzio avesse dedicato dei versi a questo dolce lo rese ancora più conosciuto, trasformandolo nel tempo in uno dei simboli gastronomici più rappresentativi dell’Abruzzo.
Oggi il Parrozzo è uno dei dolci più famosi dell’Abruzzo, diffuso in tutta Italia, presente sia nelle pasticcerie locali sia sugli scaffali dei negozi specializzati. È diventato un elemento immancabile durante le feste e le ricorrenze tradizionali, confermandosi come simbolo della cultura gastronomica della regione.
Ha ottenuto il riconoscimento di Prodotto Agroalimentare Tradizionale della regione Abruzzo, nella tipologia “Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria”. Questo conferma il suo ruolo di eccellenza nella tradizione dolciaria locale.
Nel 2017 è stato istituito il Premio Letterario Luigi D’Amico – Parrozzo, bandito dall’omonima ditta. Ogni anno vengono assegnati riconoscimenti a opere di narrativa, saggistica e poesia, oltre a diversi premi speciali, rafforzando così il legame tra gastronomia e letteratura.
Il legame con la poesia di Gabriele D’Annunzio e l’iniziativa letteraria contemporanea consolidano ulteriormente l’identità culturale del Parrozzo: non è solo un dolce, ma un simbolo che unisce storia, tradizione e creatività artistica.
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Che D’Annunzio non rinunciasse ai piaceri terreni è ben noto, ma non avevo mai approfondito il suo rapporto con la cucina.
Con il Calendario del Cibo Italiano sto riscoprendo tanti piatti della tradizione senza latticini, la cosa mi interessa molto!! 🙂
Bravissima Ilaria, post spendido… e mi sa che a breve un parrozzo ce lo prepariamo, una piccola modifica alla glassa e lo posso mangiare anche io!
Dani, la glassa la puoi fare come vuoi tu, purché resti un po’ ruvida e non a specchio perciò sei avvantaggiata. Basta che sciogli del buon cioccolato. Il mio era un 70%.
Grazie per i complimenti 🙂 bacissimi
Ilaria carissima complimenti per l’articolo denso di notizie e curiosità inedite e per la ricetta, ben fatto e molto bello, mi sono riconciliata con questo dolce che pensavo fosse molto più difficile, oggi ho deciso che lo proverò…complimenti
Grazie per i complimenti Tamara, chissà che foto ne usciranno 🙂
bellissimo articolo, grazie Ilaria!
Grazie a te Cristina 🙂
Questi grandi geni che oltre a lasciarci capolavori, sono grandi estimatori delle eccellenze del nostro territorio! Complimenti!
Un genio grandissimo che io adoro! Grazie Antonella
Non conoscevo questo dolce e grazie alla tua esaustiva spiegazione credo che lo farò, con qualche modifica anche io purtroppo. post davvero interessante, grazie Ilaria.