Intolleranza al lattosio cos’è e come si può gestire

intolleranza lattosio

Si sente sempre più spesso parlare di intolleranza al lattosio, ma cos’è esattamente?

È la totale o parziale diminuzione della lattasi, cioè dell’enzima che scinde, divide, digerisce, il lattosio nelle due molecole che lo compongono. Immaginate due molecole unite da un filo: se il filo si spezza le singole molecole possono essere assorbite, se il filo non si spezza la molecola intera deve essere eliminata in un altro modo. Questo è ciò che avviene nell’intollerante al lattosio.

Nel genere umano la diminuzione graduale dalla fase di lattante a quella di adulto è assolutamente naturale per consentire il normale sviluppo del lattante e dell’individuo. Nella nostra popolazione però buona parte delle persone hanno avuto una mutazione di questo gene e l’hanno mantenuto inalterato per tutta la vita. Ne deduciamo quindi che la normalità nella specie è proprio l’intolleranza al lattosio e non il contrario come si pensa comunemente.

Nell’adulto, la mancata digestione del lattosio in un regime alimentare in cui sono presenti molti latticini porta a diversi fastidi più o meno accentuati come gonfiore eccessivo, diarrea, stipsi, mal di testa, nausea, ecc… generando così non solo effetti fisici ma anche problemi logistici nella vita quotidiana.

Nell’immaginario collettivo ci individuano come “massì per un po’ di mal di pancia quante storie”, nella realtà invece la cattiva gestione dell’intolleranza rende quasi impraticabili buona parte delle normali attività quotidiane. Immagina anche solo di prendere il treno o l’automobile per andare al lavoro e dover andare in bagno cinque volte nell’arco di quella mezz’ora. Immagina dover tenere un’ora di lezione e dover uscire per andare ai servizi ogni dieci minuti. Immagina di dover andare via da quel matrimonio o da quel pranzo di lavoro perché state male. Immagina semplicemente di dover fare una passeggiata fuori in preda alle coliche.

Ma come facciamo a capire di essere o meno intolleranti al lattosio?

Intanto ascoltando il nostro corpo, poi può essere utile creare un diario alimentare dove annotare, in modo giornaliero, cosa mangiamo, e anche di prendere nota di quando e con cosa stiamo male. Questo permette di individuare per primo cosa crea problemi, ma anche quali sono gli alimenti che amplificano gli effetti del lattosio. Rimarrete poi sicuramente stupiti anche dalla sua presenza in cose di cui non ne avevate idea.

Ora che il sospetto si fa sempre maggiore non resta che rivolgervi al vostro medico di base o al gastroenterologo che vi prescriverà gli esami di rito come il Breath Test e il suo complementare test genetico.

Il Breath test, o test del respiro, consente di individuare la presenza di metano o idrogeno nell’aria espirata: viene somministrato un quantitativo noto di lattosio e poi ogni trenta minuti viene rilevata la presenza di questi due gas soffiando dentro un macchinario, o all’interno di appositi palloncini, che verranno poi analizzati. Se il delta, ovvero la differenza tra il valore basale e il valore ottenuto in qualsiasi momento, è maggiore di 20 allora il soggetto è intollerante al lattosio.

Come gestire l’intolleranza al lattosio?

Intanto togliendo il lattosio dalla dieta e seguendo un regime alimentare più sano e bilanciato possibile, dosando bene anche gli alimenti che, per loro natura, coadiuvano gli effetti fastidiosi del lattosio.

Non meno importante è capire anche che tipo di intolleranza si ha, ne esistono infatti tre diverse forme:

  • primaria: cioè dovuta alla diminuzione della lattasi che si presenta in vari stadi della vita, anche da adulti, una volta confermata questa sindrome la si mantiene per tutto il resto della vita.
  • Secondaria: cioè dovuta alla presenza di altre patologie intestinali che quindi una volta risolte possono riportare alla normalità la produzione dell’enzima lattasi.
  • Congenita: è la forma più rara, si stima un caso ogni 60000 intolleranti ed è data da un deficit congenito di questo enzima proprio nella sua formazione intorno alla 23ª settimana di gestazione. Si manifesta subito alla nascita tanto che il neonato non può essere nemmeno allattato al seno o tramite latte artificiale classico. Necessitano quindi di latti speciali e questa forma permane per tutta la vita.

La forma secondaria è presente in minor percentuale ed è l’unica dalla quale si può guarire, nelle altre forme invece è bene prendere coscienza del cambiamento alimentare e imparare a gestire l’intolleranza nel quotidiano.

Come?

In una prima fase iniziale è bene eliminare per qualche tempo tutti i latticini e lasciare quindi che l’intestino torni al suo normale benessere, tra questi vanno considerati anche i delattosati e i latticini naturalmente privi. Una volta che nell’intestino il microbiota (con cui si intende genericamente l’insieme di microrganismi con azioni benefiche per il nostro organismo) è tornato a regime si può provare a introdurre gradualmente nella dieta i delattosati, tenendo presente che ogni persona ha una soglia di tollerabilità individuale cioè differente dall’altro.

La capacità di tollerare i delattosati o meno dipende non solo dalla quantità di latticini introdotta ma anche dagli altri alimenti che compongono la dieta e, non meno importante, dalla presenza o meno di altre patologie. Il primo pensiero infatti è proprio quello di prendere il latte senza lattosio e di pensare di aver risolto così il “problema” ma spesso si ha lo stesso effetto, o quasi, del latticino classico. Questo perché l’intestino ha bisogno di tempo per ripristinare al meglio il proprio microbiota, e di un’alimentazione sana per non stressare ulteriormente l’organismo. È tempo di andare a fare la spesa armati di calma e di pazienza: per poter capire bene cosa comprare e cosa no è bene sapere che i senza lattosio si dividono in due gruppi in base al quantitativo presente.

Per legge un alimento è decretabile senza lattosio quando il valore residuo all’interno del prodotto finito è inferiore allo 0,1 % cioè 1 grammo per litro.

Sono però anche presenti sul mercato alimenti il cui residuo è inferiore allo 0,01% cioè 0,1 grammi per litro, un quantitativo decisamente inferiore e più facilmente tollerabile anche dai soggetti più sensibili.

Una volta testato quale quantitativo tolleriamo meglio cerchiamo di capire anche la differenza tra i classici delattosati, come possono essere il latte o i formaggi freschi o gli alimenti naturalmente privi come gli stagionati o alcuni erborinati.

  • I delattosati sono latticini alla quale viene aggiunta la lattasi cioè l’enzima che il nostro intestino non è in grado di produrre. In questo modo troveremo all’interno del latticino i due monomeri che compongono il lattosio cioè il galattosio e il glucosio. La presenza di quest’ultimo in purezza rende il latticino leggermente più dolce al palato in quanto il glucosio ha un potere dolcificante più alto rispetto al lattosio.
  • I naturalmente privi, invece, arrivano ad avere una soglia di lattosio inferiore allo 0,01% grazie al loro normale processo di produzione come la stagionatura o la fermentazione. Nel caso della stagionatura infatti maggiore è il tempo trascorso e minore è il quantitativo di lattosio presente.

Ai latticini si aggiungono poi i prodotti a base vegetale, cioè tutti quegli alimenti totalmente privi di lattosio ma creati con uno scopo, una consistenza, una forma e un sapore molto affine ai classici formaggi di riferimento. Sono ottenuti però partendo da una sostanza vegetale come possono esserlo le mandorle, il riso, il cocco, la soia e altri alimenti.

L’argomento non finisce qui, quindi non mancare l’appuntamento con la rubrica il mese prossimo per continuare a parlare dell’intolleranza al lattosio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito è protetto da reCAPTCHA, ed è soggetto alla Privacy Policy e ai Termini di utilizzo di Google.

Associazione Italiana Food Blogger

Studiare, degustare, cucinare, scrivere, fotografare, condividere idee e conoscenze per raccontare ciò che altri non raccontano!

Associati