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Pubblicazione: 02/07/2026
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Tra la Calabria e il vino il feeling è stato sempre molto forte ma questo legame dalla radice indissolubile ha avuto tanti corsi e ricorsi. Negli ultimi anni stiamo vivendo ed assistendo al fenomeno della rinascita dell‘orgoglio vitivinicolo calabrese e, mentre solo pochi anni fa ci si augurava di vederlo questo cambiamento, oggi i vini calabresi attraggono sempre più i mercati esteri. Anche il turismo legato all’enogastronomia sta diventando una realtà che voglio raccontarvi da dentro, iniziando proprio dai vitigni autoctoni calabresi.
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Si deve alla Calabria il termine Enotria, terra del vino, con cui gli antichi greci conoscevano l’Italia. La vinificazione ed il consumo di vino, infatti, approdano nel Mediterraneo occidentale, provenendo da Oriente, nella tarda età del bronzo, circa 3.400 anni fa.
Sono probabilmente i greci ed i fenici a portare sulle proprie navi il nettare degli dei, ma anche le tecniche per la sua produzione, come testimoniano una serie di reperti tra cui le anfore micenee rinvenute in buon numero nell’alto Jonio cosentino e che costituiscono le più antiche testimonianze del suo consumo nella penisola Italica.
Il Krimisa, un antenato dell’odierno Cirò, era il vino offerto ai vincitori delle Olimpiadi che si svolgevano ogni quattro anni a Olimpia in Grecia. Nell’antico porto di Sibari veri e propri “enodotti” facilitavano il trasporto del vino che veniva caricato in anfore di terracotta ed esportato dai romani in tutto il mondo conosciuto di allora. La fillossera, ahimè, sul finire del XIX secolo, mise fine a questo passato glorioso.
Questa è la storia che tutti conosciamo ma più recenti studi, fatti di analisi genetiche e scoperte archeologiche arrivano a raccontare un legame decisamente più arcaico tra l’area che oggi va sotto il nome di Calabria e il mondo del vino.
Nella Grotta del Romito, a Papasidero, in provincia di Cosenza, sono stati rinvenuti dodici vinaccioli di vitis sylvestris (vite selvatica) risalenti a oltre 11mila anni fa. Una scoperta archeobotanica straordinaria condotta da un team di ricercatori dell’Università di Firenze, pubblicata oltre un ventennio fa e ignorata tuttavia dal racconto ufficiale della viticoltura italiana.
Eppure quei vinaccioli sono la testimonianza più antica della presenza della vite in Italia: precedono la scrittura, gli Enotri, i greci, la viticoltura organizzata e ci racconta una relazione primitiva e profonda tra l’uomo e la vite.
Oggi, ciò che gli studiosi stanno valutando nell’ottica del riconoscimento UNESCO per la ricchezza della biodiversità vinicola è che molti dei vitigni arcaici continuano a sopravvivere in vecchi vigneti custoditi in luoghi remoti della regione.
Immenso è il lavoro di ricerca sul campo che sta compiendo l’associazione Calabria Wild Wine, nata con la missione di raccogliere, proteggere e studiare i vitigni autoctoni della regione, recuperando non solo varietà dimenticate, ma anche territori, storie, identità.
I vini della Calabria studiati nell’ottica della riscoperta dei vitigni autoctoni calabresi non vanno visti come semplici bevande, ma quasi come reperti culturali in grado di unire archeologia e biodiversità.

credit Concetta Donato
Il territorio calabrese è un mosaico paesaggistico complesso e affascinante: comprende aspre catene montuose, boschi attraversati da fiumare, valli, colline, scogliere e coste soleggiate, arricchite da antichi borghi.
I vigneti crescono in ambienti estremamente differenti tra loro: in riva al mare, in pianura, su stretti terrazzamenti o sui versanti di colline e montagne. Ecco come si spiega la grande varietà di vitigni autoctoni calabresi e la straordinaria biodiversità, che si traduce nella produzione di vini calabresi tipici, esclusivi e caratterizzati da una storia unica. Le viti sono come un archivio vivente, non solo dal lato biologico e storico ma anche culturale.
Le IGP della Calabria attualmente tutelate a livello comunitario sono dieci:
Il più coltivato in assoluto in Calabria è il Gaglioppo, che è la base del Cirò. Di grande importanza è anche il Magliocco nelle due varietà Dolce e Canino (noto con nomi diversi a seconda della zona: Arvino nell’area del Savuto, Lagrima nell’Esaro e nel Pollino, Guarnaccia nera nella zona del Verbicaro).
Altri vitigni a bacca rossa presenti nella regione sono: Greco nero, Calabrese (detto anche Nerello Calabrese), Aglianico, Nerello Cappuccio, Nerello Mascalese, Castiglione e Nocera.
Tra i principali vitigni autoctoni o tradizionali a bacca bianca si trovano: Greco bianco, Mantonico bianco, Guarnaccia bianca, Moscatello, Pecorello e Malvasia bianca.
La rinascita del territorio calabrese attraverso la viticoltura è passata dalle mani di pionieri storici come Nicodemo Librandi, che per primo ha avuto il guizzo di intuire il potenziale delle vigne cirotane portandone i vini sui mercati internazionali.
È seguito poi l’impegno di tutta la nuova generazione di vignaioli indipendenti, che hanno sempre sostenuto che il vino si fa in vigna, rispettando la natura e limitando al minimo gli interventi in cantina.
L’upgrade del Cirò Classico da DOC a DOCG l’abbiamo festeggiata nell’anno appena trascorso. Il traguardo tanto atteso è arrivato, dopo anni, a dare valore al duro lavoro e all’impegno che i viticoltori locali mettono in quelle bottiglie che raccontano il luogo meglio di tante parole. Oltre alla neonata DOCG Cirò, le DOC regionali sono otto:
Viaggiare tra i vitigni autoctoni calabresi significa attraversare il suo poliedrico territorio fatto di vette innevate che guardano il mare e colline in cui perdersi.
Nel Cosentino, a ridosso dei massicci del Pollino e della Sila, la viticoltura non è una questione di pianure soleggiate, ma di altitudine: le vigne si arrampicano tra i 500 e gli 800 metri, sfidando la montagna.
Per secoli, questo territorio è stato un labirinto frammentato di piccoli vigneti e vitigni dai mille nomi locali. Nel 2011 è nata la grande DOC Terre di Cosenza, che ha unito sette sottozone storiche sotto un’unica bandiera, mettendo ordine nel caos.
Il re indiscusso di queste alture è il Magliocco. Nelle terre selvagge delle Colline del Crati, questo vitigno dà vita a un vino potente, scurissimo, che profuma intensamente di more di rovo e spezie scure. Ma basta spostarsi poco più in là, nella Valle dell’Esaro, perché lo stesso vitigno cambi carattere, diventando più scarico nel colore, più gentile, incredibilmente equilibrato.
Mentre l’altezza regala vini bianchi profumatissimi a base di Greco Bianco e Guarnaccia, tra le colline di Saracena si nasconde un piccolo segreto artigianale: il Moscato di Saracena. Un passito che si differenzia dagli altri anche nel metodo di produzione: ai grappoli appassiti di Moscatello si aggiunge il mosto ridotto (cotto sul fuoco per concentrarlo) di altre uve locali. Ne esce un nettare ambrato che sa di fichi secchi, mandorle tostate e miele di castagno.
Scendendo verso il centro della regione, la Calabria si stringe fino a diventare un istmo sottile di appena 30 chilometri tra lo Jonio e il Tirreno. Questo è il regno del Lametino e del fiume Savuto, un corridoio naturale perennemente spazzato dalle brezze marine.
In questa terra di mezzo, tra la Savuto DOC con il suo Magliocco Dolce (che qui i vecchi vignaioli chiamano affettuosamente “Arvino”) e la Lamezia DOC, accanto al Magliocco nei filari crescono il Gaglioppo, il Greco Nero e l’Aglianico, che nella minuscola ed esclusiva DOC Scavigna trovano un rifugio perfetto.
I vini di questa zona risentono dell’abbraccio dei due mari: sono caldi, avvolgenti, ricchi di note aromatiche che richiamano la macchia mediterranea, l’origano selvatico e il mirto. Accanto alla tradizione dei rossi, i viticoltori stanno sperimentando il futuro, accogliendo vitigni internazionali che qui, grazie ai venti costanti, acquistcono un’inaspettata freschezza minerale.

credit Concetta Donato
Se ci spostiamo sul versante ionico, in provincia di Crotone, arriviamo nel Cirotano, il cuore pulsante e commerciale del vino calabrese. Qui le colline degradano dolcemente verso spiagge dorate, interamente ricoperte da un mare di vigne.
Il sovrano assoluto è il Gaglioppo, il vitigno che dà vita al celebre Cirò DOC (l’antico e robusto Kremisi), un vino divenuto, con l’impegno della nuova generazione di vignaioli, moderno ed elegante. Oggi ha un colore trasparente e rubino che vira velocemente verso sfumature aranciate, ma al palato è una carezza calda, con un tannino nobile e vibrante. E per chi cerca la freschezza, il Gaglioppo regala rosati straordinari, che profumano intensamente di rosa canina e lamponi freschi.
Nella Locride, all’ombra del massiccio selvaggio dell’Aspromonte, il vino diventa pura poesia della rarità. A Bivongi, i vitigni autoctoni come il Greco Nero e la Nocera incontrano le varietà internazionali in blend audaci, capaci di regalare rossi da lungo invecchiamento. Ma se ci spingiamo ancora più a sud incontriamo vere gemme enologiche prodotte in pochissime bottiglie, quasi introvabili nel resto del mondo.
Sui declivi che guardano lo Jonio, il vitigno Mantonico viene fatto appassire leggermente per dare un vino dolce, ma sorretto da una freschezza tagliente che pulisce la bocca. Poco distante, abbarbicato sulle colline del minuscolo comune di Bianco e in parte in quello di Casignana, si compie la magia del Greco di Bianco DOC, un vino leggendario. Un nettare d’ombra e d’oro che racchiude in ogni sorso l’essenza stessa della Calabria: il profumo delle zagare in fiore, l’asprezza del bergamotto, la dolcezza dell’albicocca matura e del miele, bilanciati da una nota di salvia e salsedine.
L’identità della filiera vitivinicola calabrese poggia su un patrimonio ampelografico unico al mondo, che i produttori, con il sostegno dell’ARSAC (Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese), stanno riscoprendo e mappando scientificamente. C’è un lavoro immenso di recupero di antiche varietà locali che rischiavano l’estinzione. Questi vitigni spesso mostrano una naturale resistenza alle malattie e alla siccità, rivelandosi preziosi alleati per il futuro.
Tecniche di precisione come la gestione idrica mirata, l’inerbimento dei filari per proteggere il suolo dall’erosione e la valorizzazione dei vigneti d’altura (Sila e Pollino), dove le escursioni termiche preservano l’acidità e i profumi delle uve, si rivelano fondamentali nel combattere i problemi di siccità dovuti al riscaldamento globale. Inoltre, la digitalizzazione della filiera, anche con l’uso di QR code intelligenti in etichetta, permette di raccontare la storia della bottiglia, dal vigneto alla tavola, blindando il valore del “Made in Calabria”.
Il futuro della filiera, infine, è strettamente legato al turismo d’esperienza. Cantine aperte, degustazioni nei filari affacciati sul mare o ai piedi delle montagne, e il racconto del legame tra vino, archeologia e gastronomia locale attirano un pubblico internazionale ad alta capacità di spesa, trasformando i vini della Calabria in veri ambasciatori culturali del territorio.
Il futuro del vigneto Calabria non risiede nella quantità, ma in una qualità sostenibile e fortemente identitaria. La sfida di domani si vince producendo vini che non potrebbero nascere in nessun altro luogo al mondo, custodendo la terra che li nutre. E la Calabria è pronta a giocare la partita.
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