La cucina nei progetti di inclusione sociale a Genova

la cucina nei progetti di inclusione sociale

La cucina ha un grande valore nei progetti di inclusione sociale e lavorativa delle persone fragili, è uno strumento aggregativo potente ed una via comunicativa efficace al di là del verbale. Il tavolo della cucina è un piano solidale, un ponte che unisce culture, lingue e situazioni, e che assottiglia le differenze al punto da rendere possibile l’impossibile.

Si potrebbe pensare che alle persone fragili, sole, povere, o a coloro che vivono situazioni difficili non interessi per nulla cucinare, e che questo sia l’ultimo dei loro pensieri.. Ma non è così.

Da diversi anni collaboro con un centro di ascolto che opera nel cuore di Genova, l’associazione si chiama Cif Mascherona ODV, Centro di sostegno alla persona, ed ha sede in Piazza della Lepre nel bellissimo quartiere delle Vigne, uno dei più poveri e sofferenti del centro storico. La base del servizio è la distribuzione di un semplice pacco alimentare due volte alla settimana. Sono poche semplici cose, un aiuto che può sembrare insignificante ma che, invece, fa la differenza per molte famiglie. Inoltre, consegnare il pacco alimentare permette di agganciare le persone, per lo più donne straniere, e di intercettare i loro bisogni, in modo da poterle sostenere in svariati modi. Il corso base di cucina italiana per donne straniere si è rivelato uno strumento efficace, sia per l’inserimento nel mondo del lavoro sia come occasione di aggregazione e di accoglienza. Faccio parte della gestione di questi corsi ormai da qualche anno, insieme con altre volontarie.

Inoltre, a dicembre 2022, ho partecipato come docente ad un corso da aiuto cuoco nel carcere femminile di Genova, a Pontedecimo.

Ancora una volta persone fragili, a cui far mettere le mani in pasta. Un’esperienza nuova per me, che mi ha arricchito moltissimo e ha confermato la mia convinzione: la cucina comunica con una lingua universale, che tutti comprendono, al di là del significato delle parole.

Corsi base di cucina per persone fragili a Genova

L’idea di offrire alle donne fragili un corso base di cucina italiana è nata molti anni fa. L’intenzione è quella di fornire alle donne che arrivano in Italia, uno strumento in più per accedere al mondo del lavoro. Parallelamente il Cif Mascherona offre, grazie all’aiuto di volontari, uno sportello per la ricerca del lavoro, lezioni individuali di italiano, ripetizioni per gli studenti delle scuole medie e superiori, e un servizio di counseling psicologico. I bisogni delle persone sono davvero molti e diversi tra loro, a seconda dell’età, del paese di origine e del grado di istruzione. Il corso di cucina si è rivelato prezioso ed efficacissimo per le ragazze ma anche per noi volontari, ed è stato sospeso solo nel periodo di lockdown della pandemia.

corso di cucina nei progetti di inclusione sociale

Questo corso è un progetto della nostra associazione in collaborazione con la Cooperativa il Melograno e con Sant’Egidio, che gode del sostegno economico della Caritas diocesana di Genova. Per diversi anni ci siamo occupate solo di ragazze del progetto anti-tratta della Cooperativa il Melograno. Parliamo di giovani donne nigeriane che, dopo essersi rivolte al Progetto anti- tratta, vivono nascoste in case protette e cominciano una nuova vita. Sono ragazze spezzate, sospese tra la vecchia vita e quella nuova, che non parlano italiano e che, spesso, non conoscono nulla del mondo in cui viviamo. Abbiamo offerto proprio a loro mattinate intense di cucina, riempiendo le loro teste di spaghetti al pomodoro, gnocchi alla romana e biscotti. Senza quasi parlare, mentre il loro italiano migliorava e le loro vite cambiavano, abbiamo parlato la lingua dei gesti, impastato, mescolato, annusato ed assaggiato. Come si fa in tutto il mondo, seppur in modi diversi. Non sempre le cose sono state semplici, ma il corso di cucina ci ha permesso di percorrere insieme una parte di strada, prima che ognuna riprendesse la sua via. L’intento non era solo facilitare un inserimento lavorativo, ma anche accogliere ed accompagnare ragazze fragili verso nuove possibilità. Lo abbiamo fatto in cucina, perché rievocare gesti antichi, uno fra tutti impastare il pane, accomuna, appiana le differenze e avvicina i cuori.

Sembra romantico, invece è reale.

Il corso base 2022/23, un nuovo modello per mescolare le culture

Quest’anno abbiamo deciso di mescolare le carte e, per diversi motivi, abbiamo aperto il nuovo corso di cucina, senza limitarlo al progetto anti-tratta. Siamo dunque partite alla fine di ottobre con sei donne, provenienti da realtà diverse, e due volontarie.

C’erano con noi due persone che frequentano regolarmente lo sportello del giovedì pomeriggio, e vengono a ritirare i viveri del banco alimentare: una giovane mamma marocchina ben inserita in Italia seppur molto povera, e una donna etiope giovane e bella, madre di molti figli. Inoltre hanno cucinato con noi due donne sudamericane inserite in un progetto mamma-bambino, che abitano con i figli in una casa protetta del centro storico. Infine le nostre fedelissime, due ragazze nigeriane del Melograno appena uscite dal racket della prostituzione: giovanissime, e digiune della lingua italiana. Con loro la partenza è decisamente in salita, erano imbronciate e poco collaborative. Ma le altre, seppur fragili, sono state bravissime a rallegrare l’ambiente, e c’è stata sempre qualcuna disposta a tirare il carro, quando qualcun’altra frenava.

Il gruppo misto è un esperimento riuscito. Mescolare culture diverse, diversi modi di mangiare e di cucinare, ed accostare fragilità diverse, ha fatto sì che il corso corresse veloce e che le nostre donne si aiutassero l’un l’altra in modo commovente. Tutte hanno avuto a cuore il progetto, e le ragazze nigeriane, hanno cominciato a parlare, a sorridere, a cucinare con le altre. Il primo corso è finito a febbraio con una festa in cui ognuna di noi ha preparato i piatti tipici della sua nazione di appartenenza. Quel giorno il profumo delle spezie piccanti dell’Africa si è mescolato con quello delle empanadas, e con la cannella del budino di riso, morbido e fresco. Sul tavolo poi c’erano anche la focaccia genovese e una crostata di pere; e c’eravamo noi tutte, ognuna con la propria vita. Le mani sulla tavola sono diventate una foto, l’unica che rappresentasse veramente la nostra esperienza di quest’anno.

Il secondo corso, partito a febbraio, sta andando a gonfie vele, le volontarie sono indaffarate e soddisfatte. Concluderemo a maggio, con una nuova festa.

la cucina nei progetti di inclusione sociale

Corso da aiuto cuoco al carcere femminile di Genova

Lo scorso dicembre mi è stato proposto di partecipare ad una nuova impresa. Una docenza speciale che mi chiedeva di entrare nel carcere femminile di Genova, sulla collina di Pontedecimo.

Così ho partecipato ad un progetto del CFLC- Cooperativa Formazione Lavoro e cooperazione impresa sociale, ed ho insegnato, insieme ad altre due persone, tutti i giorni per tutto il mese di dicembre, a due corsi di livello differente per aiuto cuoco, all’interno del carcere femminile.

Il progetto, oltre agli scopi professionalizzanti, aveva l’intenzione nascosta di allargare l’attuale gruppo di cuoche detenute che accettano malvolentieri di spartire il loro ruolo con le altre. Le lezioni, svolte per la maggior parte in cucina, le avrebbero obbligate a condividere il loro territorio con altre detenute e con i docenti.

Così, nelle giornate più gelide dell’inverno genovese, mentre fuori si accendevano le luci di Natale, sono salita fino al carcere di Pontedecimo e poi sono scesa, giù per una lunghissima scala, fin nelle viscere della prigione: in cucina.

Tralascio le mie sensazioni nel fare questo, quelle di una persona che non era mai entrata in carcere, e che ha lasciato tutto in uno stipetto in cima alle scale: la borsa, il telefono, il cappotto, la vita. Tutto meno il grembiule, la fascia per i capelli e la giacca da cuoca.

Così sono arrivata dove avrei dovuto insegnare, e mi sono sentita improvvisamente sola, la porta chiusa alle spalle, in un mondo sconosciuto che mi aveva appena inghiottito. Quella cucina gelida, come le aule e il resto della prigione è diventata presto anche il mio quotidiano, e le mie studentesse non erano altro che donne, assai diverse da me, ma simili, perché si sa che i confini tra il bene e il male talvolta sono davvero sottili.

Cucinare è stato per loro tornare alla vita.  Mescolare gli ingredienti, pochi, che avevamo a disposizione, per preparare qualcosa di buono, le ha riportate nelle loro case, con i figli o le nonne, le ha proiettate fuori, ad un futuro possibile. Senza coltelli, senza mattarello, senza sapone per i piatti o spugne, abbiamo compiuto ogni giorno un miracolo, e non potrò mai dimenticare la soddisfazione enorme, nel vedere le meringhe uscite dal forno, di chi, con mani potenti, aveva montato quindici albumi e relativo zucchero.

Insomma, anche in carcere dove tutto è privazione, la cucina ha fatto il suo lavoro. Al di là del corso, dell’HACCP e dei menù bilanciati, tra quei banconi gelidi molte donne, per pochi giorni, hanno vissuto la vita, e le cuoche del carcere hanno aperto le fila ad alcune compagne.

Un successo, un’esperienza autentica perfetta per il Natale.

La cucina come linguaggio universale

La mia conclusione, come dicevo all’inizio, è il convincimento che i gesti che svolgiamo in cucina sono, a tutti gli effetti, un linguaggio.

Quello che studiamo sui libri, e che i quadri dei grandi pittori  hanno spesso raccontato, e cioè che il cibo è cultura, e che quel che prepariamo e mangiamo è parte della nostra storia e partecipa a costruire la nostra identità, ebbene tutto questo si è concretizzato nelle mie esperienze di cucina nel sociale.

Cucinare con persone tanto diverse da me, con cui, a volte, è impossibile comunicare a parole, e a cui, di conseguenza, sembra impossibile insegnare, mi ha fatto comprendere che tutti, al mondo, assegnamo ad alcuni gesti lo stesso significato. O perlomeno significati simili. Tutte le madri al mondo cucinano per i figli, per loro impastano, lavorando con il calore delle mani. Io le ho viste, in questi mesi, accarezzare la pasta come avrebbero fatto con le guance dei loro bambini lontani, alcuni in Africa o in Marocco, altri semplicemente fuori dal carcere. Nessuna me lo ha detto, ma i loro gesti significavano questo.

Ogni volta che ho proposto gli gnocchi di patate, tutte, ognuna nella propria lingua, mi hanno parlato della cucina della nonna, del suo profumo, del calore che si crea quando giovani e anziani stanno insieme intorno al fuoco in cucina. Non tutti facciamo gli gnocchi di patate all’italiana, ma in tutte le culture si impastano farina e patate per fare qualcosa di simile, e, anche se le nonne non sono tutte italiane, dovunque siano, amano i nipoti, e loro lo sanno ancora, pur essendo distanti nel tempo e nello spazio dai posti del cuore.

Nei gesti della cucina si conservano le sensazioni amate, i ricordi, la memoria. Quella che permette a persone anche molto infelici, di restare vive. E contemporaneamente cucinare è speranza di futuro, è scopo, intenzione di vivere fino a domani, quando forse, potranno preparare di nuovo del buon cibo per qualcuno. Le giovani Rom in carcere, volevano cucinare solo pita con carne, secondo la loro tradizione. Certo, pensavano ai loro figli, ma contemporaneamente sognavano un futuro fuori, una festa, o un ristorante da aprire.

In cucina c’è la vita, nel cibo che prepariamo e che condividiamo: la vita che è stata, e il futuro che verrà. È così per tutti, anche per i più poveri al mondo.

4 commenti

  1. Un articolo bellissimo! Grazie per la condivisione e per il fatto di metterti in gioco in situazioni differenti, a tratti difficili e rendere così bene lo scambio che nasce in queste situazioni. Perché si cresce, ci si arricchisce tutti e si dà una speranza, una competenza, delle sicurezze.
    Io sono fiera!

  2. Che meraviglioso impasto di cuore, mani ed impegno, cara Silvia! Quello del cucinare insieme è un linguaggio sobrio, antico ed esseziale che fa bene a tutti.
    Per le persone fragili poi è un dono immenso, materno, che sa solo di cura e condivisione di vite.
    Esperienze importanti da allargare a macchia d’olio!
    Grazie

  3. La tua passione per la cucina è riuscita a superare barriere e confini e ad aprire uno spiraglio
    di luce anche dove c’è buio.
    Grazie Silvia per aver condiviso queste tue meravigliose esperienze .

  4. Buonasera Silvia,
    Per molti anni mi sono occupata della famiglia e coinvolta negli sport dai figli sono stata una Dirigente, segretaria, presidente di un Gruppo Sportivo.
    Ormai i figli sono grandi e ho del tempo libero, non ho competenze particolari, ma ho sempre cucinato per la famiglia e per gli amici. Sono nata in Uruguay, ma risiedo in Italia da moltissimi anni e parlo lo spagnolo ancora abbastanza bene.
    Ho 66 anni e se potessi essere utile mi offrirei con piacere come volontaria.

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