Le donne del vino

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Le donne del vino racconta di come le donne siano state importanti nel mondo enologico sin dall’antichità, un rapporto testimoniato da un’infinità di documenti provenienti dalle antiche civiltà.

Il romanzo “L’epopea di Gilgamesh”, uno dei più antichi poemi conosciuti, scritto con uno stilo su tavole d’argilla (la scrittura cuneiforme), narra le gesta di un antichissimo e leggendario re semidio sumerico Gilgamesh, alle prese con il problema che da sempre ha assillato l’umanità: la morte e il suo impossibile superamento.

Gilgamesh affranto dopo aver perso in battaglia il suo amico e compagno di avventure, nel suo viaggio alla ricerca dell’immortalità incontra la vivandiera Siduri la “donna dei tini d’oro” colei che presiede il luogo di passaggio tra la vita e la morte: sarà proprio lei che gli insegnerà come oltrepassare la distanza che lo divide dal segreto dell’immortalità.

Siduri è una divinità taverniera associata alla fermentazione e, specificatamente, alla birra e al vino, e già in questo antico testo rappresenta l’importanza della donna in un’epoca in cui stava nascendo l’agricoltura.

Pensate al ruolo della donna nelle tribù nomadi in Oriente: non era lei che si occupava della trasformazione e preparazione del cibo?

O ancora Ebe la “coppiera degli Dei”

Seduti intorno a Zeus, gli déi stavano a convegno
sul pavimento d’oro, e fra loro Ebe veneranda
mesceva come vino il nettare…. (Iliade) insomma una sommelier.

E nella Roma Imperiale ?

Durante il periodo tra la Repubblica e l’alto Impero, esisteva lo Ius Osculi, ovvero la donna aveva, per legge, l’obbligo di baciare il marito ogni giorno sulla bocca e, quest’obbligo si estendeva a tutti i parenti di sesso maschile (suoi e del marito), fino ai cugini di secondo grado, un rito che aveva il subdolo scopo di capire se la donna avesse o meno bevuto del vino.

Ma in realtà Plinio il Vecchio porta a esempio una donna molto importante della sua Roma: Livia Drusilla, ovvero Giulia Augusta, moglie dell’imperatore Augusto, grande bevitrice di vino tanto da attribuire la sua longevità proprio al nettare d’uva (morì a 86 anni).

Plinio documenta anche di Caedicia Victrix, proprietaria delle Caediciae tabernae situate sulla via Appia, attiva produttrice di vino (Falerno) e di anfore in terracotta utilizzate per trasportare il vino.

Il Medioevo italiano è stato un periodo di grandissimo splendore per la produzione del vino, fu infatti prodotto e consumato in grandissima quantità.

Le Curtes Francae godevano dell’esenzione da tasse e dazi in Franciacorta ed erano appezzamenti di terre coltivate dai monaci cistercensi supportati da monache e da contadine che partecipavano alla coltivazione della vite e al suo utilizzo per medicine e decotti.

Andando avanti negli anni tra il ‘700 e l’800 donne dell’alta borghesia hanno legato il loro nome al vino: la zarina Caterina adorava il Tocaj e madame de Pompadour lo champagne.

Ma il vino non era solo apprezzato come bevanda ci sono state donne che con la loro perseveranza e caparbietà hanno contribuito a rendere lo champagne un prodotto di successo.

Barbe-Nicole Ponsardin, vedova Clicquot, più nota come Madame Clicquot Ponsardin o Veuve Clicquot divenne nota anche col soprannome di “Gran Dama dello Champagne” per aver fatto fiorire l’azienda inaugurata dal marito che la lasciò vedova a soli 27 anni.

Destino analogo quello di Madame Louise Pommery, che sfidò un mondo precluso al femminile rivoluzionandolo per sempre, introducendo nella Champagne il primo Brut Millesimato della storia, con una cuvée dal dosaggio zuccherino più basso e che potesse distinguersi dagli Champagne classici dell’epoca tradizionalmente più dolci e consumati come vini da dessert, che a dirla tutta erano più simili a sciroppi.

Anche lei come Madame Clicquot Ponsardin rimase vedova e assunse a trentanove anni la direzione dell’azienda, già avviata e conosciuta dello sfortunato consorte, morto giovanissimo, facendone in vent’anni, grazie alla sua intraprendenza e tenacia una “maison” eccezionale.

E per rimanere in ambito Champagne, fu Lily Bollinger (anche lei rimasta vedova), a salvare l’azienda di famiglia da un fallimento quasi certo, e fu lei a creare la prima annata della leggendaria Cuvée de Prestige Bollinger R.D, spinta dalla necessità di elaborare una cuvée prestigiosa per contrastare le altre Maison.

Oggi di queste storie se ne potrebbero raccontare a centinaia: storie di donne, caparbie ostinate e coraggiose. L’Associazione Nazionale le Donne del vino, nasce nel 1988 proprio allo scopo di riunire le donne produttrici, enologhe, ristoratrici, sommelier e giornaliste che partecipano attivamente e con passione alla promozione e alla divulgazione del vino e che oggi è l’associazione di donne del vino più grande al mondo con le sue 900 associate.

Attualmente la presidente delle Donne del Vino è Donatella Cinelli Colombini vulcanica e appassionata produttrice Toscana che rappresenta perfettamente l’essenza delle donne del vino.

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