11/04/2026
I sapori antichi dell’Emilia Romagna: i dolci della tradizione
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Pubblicazione: 17/03/2026
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Se c’è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato per servirti l’eccellenza, quel luogo è Piazza Castello a Torino. Qui, in soli 31 metri quadri di pura meraviglia, è nata un’icona della gastronomia italiana che oggi compie un secolo: il tramezzino torinese.
Prepariamo i calici (di Vermouth, s’intende!) e scopriamo come un’intuizione femminile e un tocco poetico abbiano trasformato due fette di pane in un mito nazionale.
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Dietro ogni grande innovazione c’è spesso una donna visionaria. La storia del tramezzino inizia ufficialmente nel 1926 al Caffè Mulassano, ma le sue radici attraversano l’oceano.
Angela Demichelis Nebiolo, torinese, fu una vera pioniera dell’imprenditoria femminile. Di ritorno da Detroit, con il marito Onorino, trasformò il toast adattandolo al gusto sabaudo.
Angela eliminò la tostatura, scelse un pane bianco sofficissimo (il celebre pane a cassetta, la cui storia torinese affonda le radici nell’Ottocento) e creò uno spuntino fresco e aristocratico. La prima farcitura? Un intramontabile classico: burro e acciughe, perfetto per accompagnare il momento dell’aperitivo.
Non è sempre stato “tramezzino”. All’inizio, nel salotto buono di Torino, lo si chiamava all’inglese: sandwich. Con il passare degli anni e il mutare del clima politico, si cercò una via più italiana, ribattezzandolo inizialmente paninetto.
La vera svolta linguistica arrivò nel 1936 grazie a Gabriele d’Annunzio. Il Vate, ospite abituale del caffè, ne era ghiotto: ispirandosi alle “tramezze” (le pareti divisorie) della sua casa di campagna, coniò il termine “tramezzino” per indicare quel goloso intermezzo che spezzava l’appetito tra la colazione e il pranzo.
Il nome apparve ufficialmente sulla rivista La Cucina Italiana nel luglio di quell’anno, consacrando il triangolo di pane a icona nazionale.
Il tramezzino non sarebbe lo stesso senza la cornice del Caffè Mulassano, un marchio storico nato nel 1879 e trasferitosi in Piazza Castello 15 nel 1907.
Progettato dall’ingegner Antonio Vandone di Cortemilia, il locale è un capolavoro Liberty: bancone in onice con fregi in bronzo, pareti in legno intagliato di mogano e acero, e un soffitto a cassettoni in cuoio sbalzato.
Questa atmosfera sospesa nel tempo lo ha reso un set cinematografico naturale per pellicole che volevano catturare l’anima aristocratica di Torino. E se guardate bene dietro il bancone, troverete un orologio leggendario: un meccanismo con un solo ago che serviva ai clienti per giocare a dadi; chi perdeva, pagava il conto per tutti.
Un tramezzino non cammina mai da solo. Il suo compagno d’elezione è il Vermouth Mulassano. A differenza del celebre Carpano (nato nel 1786), quello di Mulassano si distingue per la sua base di uva Moscato.
Prodotto seguendo un’antica ricetta che prevede l’infusione di erbe alpine, assenzio e genziana, questo Vermouth (da 18% vol.) ha una nota aromatica e un finale dolce-amaro che “pulisce” perfettamente il palato dalla morbidezza del pane. Curiosamente, proprio nel 2026, anno del Centenario del tramezzino, ricorre anche il 240° anniversario del Vermouth a Torino, rendendo il binomio ancora più solenne.
Oggi il Caffè Mulassano propone oltre 30 varianti emblematiche, dalle classiche con salsa tonnata o insalata russa fino alle ricette “del Centenario”:
Le celebrazioni, previste da aprile a settembre 2026, includeranno farciture firmate da chef stellati, la presentazione di un ritratto ufficiale di Angela Nebiolo e contest per i giovani studenti degli Istituti Alberghieri torinesi.
In definitiva, il tramezzino torinese trascende la sua funzione di spuntino veloce per farsi lezione di stile e rito quotidiano. È l’omaggio persistente alla genialità di una donna che, con audacia e acume, seppe costruire un ponte culturale tra l’America e il Piemonte, rivoluzionando la tradizione sabauda tra due fette di pane bianco e morbidissimo.
Ancora oggi, sedersi ai tavolini del Mulassano significa immergersi in un’atmosfera sospesa nel tempo. È qui che sembrano risuonare le voci di chi ha fatto la storia: dai medici come Achille Mario Dogliotti agli intellettuali come Mario Soldati, fino alla verve di Macario e alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni.
“Come mi ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini!”, esclamò un giorno Gabriele D’Annunzio.
Quella frase, pronunciata un secolo fa, riecheggia ancora tra i portici di Piazza Castello, ripetuta oggi da turisti e torinesi doc con lo stesso identico stupore.
Nel suo centenario, il tramezzino non è più solo uno snack, ma il simbolo vivo di un’impresa visionaria. La prossima volta che sarai a Torino, fatti un regalo: fermati, ordina un “due morsi” e assaggia un secolo di eccellenza. Perché dentro quel triangolo perfetto non c’è solo una farcitura, ma una grande epica italiana.
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