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Pubblicazione: 19/05/2026
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Se esiste un dolce che incarna l’anima del Piemonte – quella doppia natura fatta di nobiltà sabauda e pragmatismo contadino – quello è senza dubbio il Bunét.
Non chiamarlo semplicemente “budino” se non vuoi che un torinese Doc ti guardi male, o dall’alto in basso.
Il Bunét è un rito, è il calore di una stufa a legna mentre fuori la nebbia avvolge i viali di Torino o vigneti delle Langhe e del Monferrato.
È il fine pasto che mette tutti d’accordo, dai nipoti ai nonni, ma è anche un piccolo miracolo di fisica culinaria.
Mettiti comodo, perché oggi viaggiamo nel tempo, tra cappelli di rame, nobili banchetti e segreti da maestri pasticceri.
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Subito ci imbattiamo nel primo “dilemma”: come si scrive?
Se sfogli i ricettari storici o giri tra le diverse province piemontesi, troverai sia Bonèt che Bunét. Non si tratta di un errore, ma della meravigliosa complessità della lingua piemontese.
Secondo l’ortografia tradizionale, si scrive Bonèt, ma la “o” si pronuncia come una “u” stretta (alla francese). Ecco perché nel linguaggio comune lo troverai scritto spesso Bunét, ricalcando foneticamente il suono che tutti amiamo sentire ordinando il dessert.
In piemontese, bunét significa letteralmente cappello o berretto. Ma cosa c’entra un copricapo con un dolce al cucchiaio? Qui le leggende si dividono, come spesso accade davanti a un bicchiere di Barbera.
Qualunque sia la verità, una cosa è certa: una volta assaggiato, non vorrai più “toglierlo” dalla testa!
Se pensi che il Bunét sia “solo” un budino, fermati subito. È una stratificazione di storia, un instancabile viaggiatore che ha saputo muoversi con disinvoltura tra le sfarzose cucine di rango e le tavole in legno massiccio delle cascine piemontesi.
Le radici di questo dolce affondano nel XIII secolo, un’epoca in cui il cioccolato era ancora un segreto ben custodito nelle foreste americane. In origine, il Bunét alla sabauda (o alla monferrina) era una candida crema vellutata di latte, uova e zucchero nobilitata dagli amaretti. Era il dolce delle corti, un trionfo di eleganza “bianca” servito nei banchetti nobiliari per stupire gli ospiti con la sua consistenza magica.
Solo dopo il 1500, con l’arrivo del cacao dalle Americhe, la ricetta ha subito quella trasformazione “noir” che oggi consideriamo la norma. In alcune zone del Monferrato, però, la tradizione del bunét bianco resiste ancora: un fantasma aristocratico che si rifiuta di cedere al fascino del cioccolato.
Con la scoperta delle Americhe e l’arrivo dei primi carichi di cacao in Europa il Bunét subì la sua prima, radicale, trasformazione. Tra il XVIII e il XIX secolo, i pasticceri di corte iniziarono a “sporcare” la ricetta originale con il cacao amaro.
Fu una mossa audace: il cioccolato non solo donava un colore profondo e misterioso, ma creava un contrasto perfetto con la dolcezza degli amaretti. È in questo periodo che il Bunét assume la veste “noir” che conosciamo oggi, consolidandosi come pilastro della pasticceria piemontese moderna.
Qui avviene il passaggio più affascinante: come ha fatto un dolce da re a diventare il simbolo della merenda sinoira dei contadini?
La risposta sta nella circolazione delle maestranze. Cuochi e aiutanti che lavoravano nelle case nobiliari portavano con sé i segreti delle ricette una volta tornati nei paesi d’origine.
Il Bunét, pur essendo un dolce “di rango”, si basava su ingredienti che, seppur nobilitati, erano presenti anche nelle campagne: latte appena munto e uova fresche.
Il cacao e lo zucchero venivano acquistati con sacrificio per le grandi feste o per le doti nuziali. Nelle cascine, il Bunét perse la sua aura di “distacco” nobiliare per diventare l’atto d’amore finale di ogni pranzo domenicale. È tornato al popolo non come una copia sbiadita, ma arricchito di quella concretezza contadina che ne ha sigillato il successo eterno.
Non stiamo parlando di un dolce qualunque, ma di un Prodotto Agroalimentare Tradizionale (P.A.T.) della Regione Piemonte.
Questo riconoscimento non è solo una sigla burocratica: è la prova che la ricetta del Bunét fa parte del patrimonio identitario del territorio, legata a metodi di lavorazione consolidati nel tempo da almeno 25 anni (ma noi sappiamo che sono secoli!).
La ricetta classica, quella della tradizione e delle nonne, si regge su pochi ma fondamentali pilastri.
Un tempo si usava quello che si aveva in casa. Gli ingredienti erano semplici: uova, latte, amaretti sbriciolati, cacao amaro, zucchero, e una nota alcolica che poteva essere il rhum (che esalta il cacao) o il Fernet per le sue doti digestive… C’è anche chi opta per un goccio di liquore all’amaretto per rinforzarne il profumo.
Proprio come ogni ricetta di famiglia, ognuno ha il suo “segreto”: una delle varianti più amate prevede l’aggiunta di un caffè ristretto nell’impasto, per dare una spinta di carattere in più.
Il Bunét tradizionale ha una caratteristica unica: durante la cottura a bagnomaria, per un gioco di densità, gli amaretti sbriciolati tendono a risalire verso l’alto. Quando capovolgi il dolce sul piatto, ti ritrovi con una base liscia e cremosa sormontata da uno strato croccante di amaretti e caramello.
Tuttavia, se cerchi un’esperienza più moderna, puoi seguire il segreto della Chef Valentina Chiaramonte: usare gli Amaretti morbidi di Mombaruzzo (Presidio Slow Food, dal retrogusto di armelline) uniti al cioccolato fondente al 70%.
Il cioccolato fuso crea una sorta di “sospensione” che trattiene le briciole corpose degli amaretti in tutto il corpo del dolce, evitando la separazione netta e regalando una masticabilità uniforme, e lussuriosa. Ogni cucchiaiata diventa un’esperienza sensoriale complessa: la morbidezza del budino e la nota masticabile dell’amaretto si fondono in un unico abbraccio.
Oggi il Bunét è un banco di prova per ogni appassionato di cucina. Se cerchi la perfezione tecnica, il riferimento non può che essere Luca Montersino. Il suo approccio ci insegna l’importanza dell’equilibrio: la consistenza deve essere soda ma scioglievole, senza quelle fastidiose bollicine d’aria che indicano una cottura a bagnomaria troppo violenta.
Il Maestro punta su materie prime d’eccellenza: latte intero e panna (per una cremosità superiore), uova intere, cacao, caffè, rhum e amaretti. Sostituire parte del latte con la panna fresca rende la struttura più vellutata ed elimina quella sensazione “gommosa” tipica dei budini con troppo albume.
L’impiattamento Gourmet: Montersino suggerisce di accompagnarlo con un ciuffo di panna montata (che smorza l’amaro), polvere di cacao, amaretti sbriciolati e chicchi di caffè ricoperti di cioccolato. Un vero colpo d’occhio!
Non esiste Bunét senza il caramello. È lui il primo a entrare nello stampo e l’ultimo a presentarsi nel piatto, colando lucido e invitante lungo i fianchi del dolce. Deve essere ambrato, non troppo scuro (per non diventare amaro), e deve foderare perfettamente le pareti del “cappello”. È la firma finale, che lo trasforma in un capolavoro.
Il Bunét oggi non ha paura di cambiare veste. Ecco le tendenze più interessanti che troviamo sulle tavole contemporanee:
Cucinare il Bunét non è solo seguire dosi. È il profumo del caramello che invade la casa, è quel momento di tensione quando capovolgi lo stampo sperando che scivoli via perfetto, lucido e tremolante.
Che tu scelga la versione classica o quella “sospesa”, ricorda: il segreto è la pazienza. Il Bunét va aspettato. Deve riposare, stabilizzarsi e “sognare” il suo momento di gloria in frigorifero prima di essere servito.
E tu, sei pronto a mettere il “cappello” alla tua cena?
Se vuoi diventare un vero accademico del Bunét, ecco i testi sacri da consultare: bisogna saperli leggere tra le righe del tempo.
Ricettario anonimo “Polizia e cucina”, edizione a cura dell’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba, Torino, 1984. Una chicca a cura dell’Ordine dei Cavalieri del tartufo e dei vini di Alba
Francesco Chapusot, La cucina sana, economica ed elegante secondo le stagioni, Torino, 1846. Un testo che unisce l’eleganza alla praticità delle stagioni. Qui si illustra il passaggio dalla cucina aristocratica a quella borghese, dove il Bunét inizia a trovare la sua forma moderna.
Giovanni Vialardi Trattato di cucina, pasticceria moderna, credenza e relativa confetteria, Torino, 1854.nVialardi è stato il cuoco di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Il suo trattato è la “Bibbia” della cucina sabauda e contiene la codifica della pasticceria reale.
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Firenze, 1891. Artusi descrive il Bunét (ricetta n. 660, “Budino di Amaretti) aiutando a diffondere questo capolavoro piemontese in tutta Italia.
Maurizio Pipino, Vocabolario piemontese, Torino, 1783. Fondamentale per capire l’origine linguistica del termine “Bunét” già nel XVIII secolo.
Laura Gras Portinari, Cucina e vini del Piemonte e della Valle d’Aosta, Mursia, Milano, 1971.
Sandro Doglio, Dolci Biscotti & Golosità, Unione Camere Commercio Piemonte, 1999.
Aa.Vv., 365 volte Piemonte a tavola, Ed. Il Punto, Torino, 2010.
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