Il mondo salvato dai ragazzini (e dalle buone letture): cronache pop e gastronomiche dal Salone del Libro 2026

Salone del Libro Torino 2026

Se il dono dell’ubiquità o della clonazione cellulare avessero finalmente trovato applicazione pratica, lo avremmo scoperto tra i padiglioni del Lingotto a Torino. Non potendoci sdoppiare, abbiamo dovuto accettare il nostro limite biologico e navigare a vista, ma con le papille gustative ben sveglie, in un Salone Internazionale del Libro mai così ampio, ricco e, diciamolo, felicemente caotico.

L’edizione 2026 si è mossa sotto un cappello tanto poetico quanto programmatico: “Il mondo salvato dai ragazzini“. Una provocazione colta che ha preso in prestito la lucidità di Jerome Bruner («Un bambino che legge sarà un adulto che pensa») e la sognante verticalità di Luigi Pirandello («I libri pesano tanto: eppure chi se ne ciba e se li mette in corpo, vive fra le nuvole»). Tra i padiglioni della fiera e il fitto reticolo del Salone Off, che ha capillarmente invaso Torino e provincia, l’impressione è stata proprio questa: una gigantesca comunità intenta a “cibarsi” di pagine per staccare i piedi da terra.

Nuove narrazioni e stand d’autore: l’occhio vuole la sua parte

Il viaggio è iniziato ufficialmente con le suggestioni della serata inaugurale all’Auditorium RAI insieme a Vinicio Capossela, per poi esplodere in una cinque giorni (da giovedì a lunedì) di talk, conferenze e incontri a flusso continuo. A catturare l’attenzione, oltre alle file chilometriche per i firmacopie, è stata la straordinaria evoluzione visiva e strutturale della fiera.

Impossibile non farsi rapire dall’ormai iconico simbolo del Salone del Libro: la maestosa torre circolare di libri che si specchia sul pavimento, un magnete per gli occhi (e per i selfie d’ordinanza). Ma quest’anno gli editori hanno decisamente alzato l’asticella della scenografia pop.

Abbiamo visto l’allestimento squisitamente artistico e totalmente immerso in atmosfere orientali de L’Ippocampo, le cabine di Audible animate da vere e proprie scene tratte da romanzi, e persino un salotto total red firmato Netflix, dove pareti di librerie stringevano un patto di ferro con le sceneggiature originali delle serie più amate. Segno evidente che le storie oggi viaggiano su canali fluidi, dove l’editoria tradizionale stringe la mano alle nuove forme narrative degli audiolibri e dei podcast.

L’Aboca Edizioni ha creato un vero e proprio polmone verde all’interno del paglione Oval del Lingotto con il suo celebre “Bosco degli scrittori“. Quest’anno l’installazione si è evoluta in una suggestiva «selva letteraria», forte del prestigioso patrocinio dell’Accademia della Crusca. Un allestimento poetico e scientifico in cui le citazioni della grande letteratura italiana dialogavano direttamente con le specie botaniche presenti, invitando il pubblico a riflettere sui temi dell’ecologia, della cultura ambientale e del fitto rapporto tra letteratura, scienza, salute, arte e natura.

In questo mare magnum, una menzione d’onore va all’ironica genialità dello stand di Narratè – Italian Storytelling Tea. Un format che definire appropriato per noi di AIFB è dire poco: sono riusciti a fondere l’arte degli infusi con la letteratura, proponendo tè e tisane abbinati a brevi racconti storici o inediti stampati direttamente sulla confezione. Il tempo di lettura? Esattamente i minuti necessari all’infusione della bustina.

Non sono mancati gli spazi di scoperta pura, grazie a una vivace rappresentanza di editori indipendenti e self-publishing, finestre sul fumetto e sulla graphic novel, e un vero e proprio bagno di folla per il genere romance. Proprio qui, tra lacrime e applausi, l’editoria ha celebrato l’immenso lascito di Sophie Kinsella, scomparsa lo scorso dicembre, presentando in anteprima la biografia celebrativa non ufficiale “Kinsella per sempre“.

Destinazione “Gastronomica”: la cultura del cibo a tutto tondo

Puntando la nostra bussola verso la nostra naturale vocazione, ci siamo fiondate su Gastronomica, il palinsesto curato da Slow Food Editore che quest’anno ha trovato casa nell’elegante cornice dello spazio Lavazza, il Caffè Letterario. Un programma monumentale in cui il cibo si è spogliato della rassicurante veste di “ricettario” per mostrarsi come un formidabile indicatore sociale, economico e antropologico.

Il pianeta nel piatto: ecologia e biodiversità

Il primo grande filone ha affrontato di petto la nostra sensibilità ecologica. Gli incontri dedicati al mondo vegetale e alle scelte alimentari consapevoli hanno delineato una nuova etica del consumo. Tra focus sulla cucina vegetariana e vegana e accesi dibattiti sulla sostenibilità e sul benessere animale, è emerso un vero e proprio manifesto di protesta contro gli allevamenti intensivi.

Di grande fascino la sessione dedicata alla “botanica nascosta”: un invito a guardare con occhi nuovi le piante edibili dimenticate, ricordandoci che la tutela della biodiversità e la salvaguardia di ecosistemi delicatissimi passano anche (e soprattutto) per quello che decidiamo di mettere nel piatto.

L’elogio della pausa: la sociologia del caffè

A proposito di spazio Lavazza, il rito del caffè è stato letteralmente smontato e rimontato grazie al prezioso contributo della sociologa Luciana D’Ambrosio Marri, intervistata da Mario Moroni per Il Caffettino . Qui l’espresso ha abbandonato la fretta del bancone per essere analizzato come formidabile strumento di comunicazione, incontro, scambio e crescita interpersonale, pausa rigenerativa fondamentale per stimolare la creatività.

La pausa caffè è l’ultimo baluardo democratico nel mondo aziendale: un momento in cui si abbattono le barriere sociali e, regola aurea, è severamente vietato parlare di lavoro. Non a caso, particolare attenzione viene data oggigiorno da alcune aziende illuminate proprio al design e alla qualità dello spazio dedicato a questo rito.

Terra, identità e politica: i tre pilastri di Gastronomica

Il genio femminile tra i filari: Le Donne del Vino e il Barolo

Presentazione Le donne del Barolo al SalTo 2026

Presentazione Le donne del Barolo credit Gabriella Comini

 

Il palinsesto ha saputo declinare la storia e la terra al femminile, toccando da vicino la straordinaria realtà delle Langhe. L’incontro promosso dalle Donne del Vino ha acceso i riflettori sulla genesi del Barolo, ricordando come questo mito enologico mondiale sia nato non per caso, ma grazie all’intuizione, al genio nel marketing, alla comunicazione e al raffinatissimo storytelling di una nobildonna eccezionale: la Marchesa Giulia di Barolo. La dimostrazione che la figura femminile, da sempre presente nel settore, sta faticosamente ma meritatamente conquistando la corretta visibilità in un mondo storicamente dominato al maschile.

Sul palco si sono alternate voci diverse ma complementari: la scrittrice Marina Marazza, la giornalista del vino Laura Donadoni, Clara Padovani insieme a Gigi Padovani, e le produttrici della Cantina Lalù, Lara Rocchietti e Luisa Sala. Al centro dell’incontro, tre grandi momenti della storia del Barolo: la stagione della Marchesa Giulia di Barolo, quella delle “Barolo Girls” e il presente delle donne del vino.

La prima figura evocata è stata quella di Giulia Colbert Falletti di Barolo, protagonista del romanzo storico di Marina Marazza “Il rosso dei re”. Nata in Francia come Juliette Colbert, Giulia arrivò a Torino sposando Tancredi Falletti di Barolo e contribuì in modo decisivo alla trasformazione del Barolo in un vino destinato alle corti europee.

Marina Marazza ha ricordato come la Marchesa non sia stata soltanto una figura dell’enologia, ma anche una protagonista della storia sociale torinese: impegnata nelle carceri femminili, negli asili e nell’assistenza ai più fragili.

Durante l’incontro è emersa anche una riflessione affascinante: il Barolo non è mai qualcosa di immobile. È un vino vivo, che cambia continuamente, influenzato dal clima, dal tempo, dal riposo in cantina e persino dal momento in cui viene aperto. Una trasformazione continua che richiama, quasi inevitabilmente, quella dell’essere umano.

Uno dei momenti più significativi dell’incontro è stato l’intervento di Laura Donadoni, che ha sottolineato come solo recentemente il mondo del vino abbia iniziato a raccontare davvero le sue donne. Per secoli il lavoro femminile nelle famiglie contadine è rimasto invisibile: un contributo fondamentale ma spesso non retribuito, considerato naturale e quindi privo di riconoscimento.

Laura Donadoni ha parlato di un vero e proprio “Risorgimento delle donne italiane del vino”: una lenta emersione di figure che hanno avuto un ruolo determinante nella storia dell’enologia italiana, pur restando ai margini del racconto ufficiale. Dai nomi storici come la “Bella Rosin”, fino alle sorelle Abbona e ad altre produttrici del Novecento, il percorso femminile nel Barolo si è sviluppato dentro una società profondamente patriarcale, che spesso concedeva alle donne spazio nel lavoro ma non nella narrazione del successo.

La terza fase raccontata durante l’incontro riguarda il presente. Clara Padovani ha descritto un mondo del vino profondamente cambiato rispetto al passato: oggi le donne sembrano più sicure, più consapevoli del proprio ruolo e della propria identità professionale. Molte hanno trovato nella sostenibilità, nella cura del territorio e nella collaborazione reciproca la propria strada.
È emersa l’idea di una rete femminile fatta meno di competizione e più di solidarietà: un ambiente dove ci si aiuta, si condividono esperienze e si costruiscono percorsi comuni. Un approccio che sta contribuendo a ridefinire anche il linguaggio del vino, sempre meno legato a modelli esclusivamente maschili e sempre più aperto a sensibilità differenti.

In fondo, il messaggio più forte dell’incontro è stato proprio questo: raccontare il Barolo significa raccontare anche le donne che lo hanno reso possibile. Non figure marginali o decorative, ma protagoniste di una storia lunga quasi due secoli, fatta di intuizioni, lavoro, resistenza e trasformazione.
Perché il Barolo, come è stato ricordato durante il dibattito, non è solo un vino: è una storia viva. E quella storia, finalmente, sta imparando a declinarsi anche al femminile.

La geopolitica del chicco: “La moneta bianca” di Francesca Grazioli

Spostando l’asse sul versante economico e perché no, strettamente politico, l’incontro dedicato al saggio “La moneta bianca” di Francesca Grazioli ha offerto una profonda e spiazzante riflessione sul riso. Da semplice cereale da dispensa a pilastro geopolitico globale, il riso viene analizzato come una vera e propria valuta in grado di spostare gli equilibri di interi mercati, nazioni e sussistenze, svelando i retroscena economici che si nascondono dietro le colture di massa.

L’antropologia nel piatto: “La cucina dei perché” di Marino Niola

Francesca Grazioli e Marino Niola Salone del Libro Torino 2026

Francesca Grazioli e Marino Niola credit Gabriella Comini

 

La cucina italiana è diventata da poco Patrimonio UNESCO, ma la storia vera ci parla da sempre di una fitta rete di scambi, incontri, scontri, adozioni culturali e inevitabili fenomeni di sounding. Questa precisa chiave antropologica e sociologica è stata il fulcro della presentazione de “La cucina dei perché” di Marino Niola, un viaggio seminale per ripercorrere le origini profonde di un cibo e, di riflesso, di un intero modo di vivere.

Proprio da questa consapevolezza emerge la duplice valenza del cibo e dell’atto del mangiare: da un lato quella primaria e biologica, prettamente nutritiva; dall’altro quella squisitamente simbolica. Noi esseri umani ci distinguiamo da tutte le altre specie animali sul pianeta proprio perché cuciniamo. È questo il motivo per cui il cibo sta diventando il pensiero dominante del nostro tempo: non è più solo una questione di ricette, ma un generatore di relazioni, un gancio culturale, un termometro di sostenibilità e il più potente vettore connettore delle nostre esistenze.

Cronache di fine Salone: chilometri, arte e il meritato riposo

Gabriella Comini e Gabriella Rizzo

Gabriella Comini e Gabriella Rizzo

 

Seguire tutta questa complessità – ammettiamolo con la consueta franchezza – è stato un esercizio tanto entusiasmante quanto punitivo per i nostri piedi. Il Salone del Libro si conferma, come ogni anno, un’esperienza magnificamente impegnativa e stancante: una vera maratona calcolata in chilometri percorsi tra i padiglioni, un overload di cose da vedere, panel da seguire e stimoli da metabolizzare.

Tra una corsa e l’altra, a compensare la fatica, gli occhi si sono riempiti anche di arte visiva, come nel caso dei bellissimi ritratti di scrittori esposti come omaggio alla leggendaria Lee Miller, sguardi intensi che hanno catturato l’anima di chi le storie le scrive per mestiere.

Ora che i padiglioni si svuotano e i nostri borsoni sono carichi di volumi e saggi da studiare, ci meritiamo decisamente un po’ di riposo. Ad attenderci fuori dal Lingotto c’è una pausa caffè rigenerante tutta per noi: piedi sollevati, tazzina fumante e mente staccata da ogni dovere professionale. Almeno fino alla prossima pagina.

Associazione Italiana Food Blogger

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